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Tra spazio e terra

Trovarsi di fronte ad una parte dell’insieme sconfinato dei lavori prodotti dall’artista fiorentino Giampiero Poggiali Berlinghieri è un’esperienza a tratti inverosimile; nella sua casa-studio fiorentina si vivono differenti esperienze d’approccio, che delineo qui su un piano strettamente esperienziale, a tratti emotivo, a tratti critico della critica, e in significativi stralci di un totale approccio personale, a onor di vero intriso di un cospetto palesemente ammirativo nei suoi confronti. Nel suo studio si è avvolti – e coinvolti – da una serie di iperboli cromatiche senza tempo che ti invadono e ti abbracciano senza ledere mai, come se esistesse una linea matematica invisibile atta a quantificare l’invasività delle stesse, lasciandone quindi una valutazione estetica ‘al naturale’ e senza giudizi artefatti di alcun tipo; le forme e le materie che ti si pongono davanti lasciano che, in maniera sorprendentemente naturale, le palpebre si blocchino lasciando all’iride quella sensazione contrastante del brivido-esterno e del caldo-interno tanto tipica degli stati emozionali improvvisi. Le sue opere spaziano – nello spazio – con un front ricco di segni e tratti bidimensionali e tridimensionali che ti colpiscono subito, moduli geometrici e percorsi fantastici che ti lasciano libero di pensare e di riflettere e di cercare nuove interpretazioni del presente e del futuro; in un sorso, i lavori di Poggiali si stringono forte nell’abbraccio stupefacente di arte e scienza, in cui gli utilizzi dei modelli matematici e gli accenni evidenti alla tecnologia e al suo sviluppo nello – e per lo – spazio, si fondono lievi ai percorsi armonici delle visioni oniriche e fantastiche. Nonostante l’evidente progressione e lo sviluppo enorme che ha avuto Poggiali nel corso dei tempi dal punto di vista contenutistico e tecnico, osservando l’insieme delle sue opere d’emblée, è come se mi fossi trovato di fronte ad una materializzazione della teoria kantiana di spazio e tempo, ove entrambi i punti cardine non possono essere empiricamente percepiti, in quanto facenti parte di un accorto sistema orientato ad organizzare l’esperienza umana. In questo caso specifico, spazio e tempo sono e divengono luoghi di indagine esperienziale per l’evoluzione umana e fondamenta di ricerca e di studio nelle opere del maestro.

E’ evidente quanto dato, che la percezione del tempo e la sua distanza cambino in corso storico, avvicinandosi e riducendosi grazie alle scoperte tecnologiche e alla comunicazione che avanza rapidamente; l’umanità ha subito dei cambiamenti enormemente profondi ed epocali sotto questo punto di vista negli ultimi decenni e l’artista Poggiali, così come l’uomo Poggiali, ne sono stati e ne sono esploratori e osservatori, ne sono stati e continuano ad esserne creativi cosmonauti. Osserva il mondo Poggiali, osserva la terra e lo spazio, la ricerca e la tecnologia, il presente e il futuro creando con immediatezza sorprendente, opere di una libertà ludica conscia, ricca di indagine e di ricerca. E’ osservando il suo osservato, che nelle sue opere si può denotare un messaggio importante: la creatività è priva di ogni genere di barriera imposta perché alimentata e resa propulsiva da uno stato mentale completamente neutro, libero e privo di limite alcuno. Uno stato mentale che deliberatamente si trova in condizione di uno status quo artistico, ove lo spazio è matematicamente fruitore – tornando nel suo stato iniziale – del suo ‘attimo dopo attimo’, in un apprendimento continuo sequenziale di linguaggi nuovi che sviluppino una poetica contemporanea priva di fine e disconoscitrice di termine. La pittura, la scultura, e la pitto-scultura; girandosi attorno – nello spazio – ci troviamo di fronte a un nucleo di cicli tematici con identità precise che lanciano messaggi inequivocabili, come nel caso del ciclo The new space (1978-1980) in cui la profondità mai oscura della prospettiva geometrica che si sgancia dalla narrazione, ti pone davanti non solo all’immensità e alla vastità delle possibilità umane, ma bensì perfettamente al centro di una serie di indagini sui mondi possibili oltre il reale e sulla possibilistica dell’oltre stesso.

Nelle opere di Poggiali si vedono nascere segni di diversa entità e ragionamento, forme di vita caratterizzate dal movimento in movimento che contaminano ambienti terrestri e onirici, lentamente spingendosi a trasporre la sperimentazione sugli spazi circostanti per la necessità di oltrepassare il confine geometrico delle tele, generando così tridimensionalità con opere pitto-scultoree che vanno ad indagare l’ambiente circostante. In Orizzonte degli eventi (1988-1989), serie realizzata come tributo alla teoria dei buchi neri del fisico inglese Stephen Hawking, l’artista evidenzia, attraverso un bilanciato minimalismo, il punto in cui proprio a ridosso dell’orizzonte degli eventi, vengono a coesistere particella e antiparticella e come abbiano esse stesse caratteristiche opposte; è la spinta del maestro verso il mondo sconosciuto e verso l’attenzione nei confronti dello spazio vuoto che traghetta le pitto-sculture in forme longilinee in cui compaiono stilizzazioni nebulose e protese verso l’alto, slittanti spesso su stele-formi tubolari che dalla terra, svettano rapide e sicure verso lo spazio sconosciuto. E’ però importante sottolineare come le rappresentazioni dell’artista vivono all’interno di una matrice giocosa che diviene a tratti irriducibilmente pop (soprattutto neo-pop), mai ripetitiva e conscia del suo essere centro di un grande mondo da esplorare.

La ricerca di Poggiali non si è infatti mai fermata, anzi si è evoluta sempre di più, sempre caratterizzata da quella forma ‘ludica-mente’ lucida che ne caratterizza giustappunto le opere; Poggiali ha una sua libertà giocosa, quella di interpretare il suo lavoro con forme difformi contaminate da apparecchiature e tecnologie che ne trasformano la dinamicità, e con l’utilizzo di polimorfi bestiari fantastici mai pedissequi tra loro. E’ evidente ad esempio nell’opera Jonathan (1999), quanto si possa comprendere la curiosità caleidoscopica dell’artista, che si spinge vorace proprio verso una forma di viaggio, spazio laddove la rivisitazione personale del gabbiano viaggiatore di Richard Bach, incontra libero da vincoli altre forme di vita e ne prende contatto cosciente in un ambiente sospeso nel tempo. Poggiali nelle sue pirotecniche variazioni armoniche si fa latore di un universo – tra spazio e terra – tutto suo, in cui si incastrano visioni di un medioevo simbolico e fantastico insieme a esplorazioni planetarie di un universo lontano e ignoto, il tutto come in un gentile, sorridente e visionario landscape firmato Frank Baum e sceneggiato da Hiroshi Sagasawa. Ne sono incredibili rappresentazioni le opere Aria, acqua, terra (2004) e La maschera del cane (2009), veri e propri racconti fantastici se non sceneggiature complete di una visione che narra il carteggio tra due mondi lontani, in cui le figure protagoniste motteggiano e allo stesso tempo vezzeggiano il loro stesso momento esplorativo e di contatto. Trovo inoltre che le stesse percezioni che l’artista per primo intuisce durante la sua fase osservativa e creativa, si inseriscano a pieno nei tratti longilinei e frastagliati delle creazioni scultoree, ove il legno dipinto è protagonista, dove è materia di opere intrise esse stesse da piccoli cunei e cilindretti colorati, di occhi curiosi e di briosi marchingegni di un ideale quanto surreale regno vivente; un regno ove gli esseri che brulicano curiosi nelle sue opere radicano il loro vivere in ludiche rappresentazioni spesso trasversali e interattive, e dove il messaggio del riciclo dei materiali in ambito artistico non passa di certo in secondo piano. Sono il completamento o la creazione ex-novo di opere che risultano totalmente libere da vincoli, come lo è ad esempio Biodiversity (2019), ludicamente iconica e raminga rappresentazione di una natura fantastica, che compongono un mai effimero sentiero verso l’osservazione del nostro pianeta e della sua ancestrale purezza. Lo sono allo stesso modo le opere Energia alternativa (2019) e Verso la luce (2019), che in maniera del tutto singolare, proseguono, inseguono e si alternano ai dipinti più recenti come ad esempio Paesaggio inedito (2019) e Energia è vita (2019) ed ove cioè segni e tratti accennati, curviformi e articolati, divengono sintagmi di un più complesso sistema di onirica narrazione che converge e comprende entrambe le stilistiche.

Poggiali è un artista unico e mai pedissequo, che nella sua lunga carriera non ha mai raggruppato in ‘compagnie’ il suo lavoro, fatto invece di singolarità e di fedeltà nei confronti del proprio essere artista, che da sua vita prende inizio come autodidatta; trovo personalmente quindi incongruo il protrarsi troppo in geremiadi atte a comparazioni e parallelismi vari che attingono quando a un’influenza, quando a una sequela di commisurazioni d’impronta, quando a raffronti veri e propri su stilistiche storiche a tratti incomparabili. Questo proprio perché l’opera del maestro Poggiali – sorprendente e incantatrice per purezza e bellezza – è e rimane un viaggio unico e consciamente ludico di un’arte tutta sua. Lo slancio interpretativo del genio quindi, deve tornare saldamente nelle mani – e in questo caso negli occhi – dell’osservatore, dell’adulto e del bambino, e di quel viaggiator curioso che lo stesso Poggiali – in veste di cosmonauta dell’arte – decide di traghettare nei tempi dei tempi, negli spazi più lontani dell’esistenza oltre l’ignoto di un mondo immaginario e nei luoghi più introspettivi della fantastica vita sulla terra.

Giampiero Poggiali Berlinghieri – GPB – a mio avviso, ha perfettamente compreso quanto il substrato dell’immaginario non abbia limite alcuno, e quanto esso abbia una sua reale tangibilità in una concretizzazione ‘tra spazio e terra’ artistico, e quanto allo stesso tempo l’arte stessa, se figlia di tanta maestria, ne possa esser veicolo e gioiosa rappresentazione.

Alessandro Schiavetti
Curatore della mostra

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