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CONTRO LA GUERRA. Ritratti dall’infanzia negata.

Non è facile raccontare le sensazioni che si provano di fronte alle fotografie di Pino Bertelli, ritratti di bambini che portano in sé storie di vita inimmaginabili; bambini che non giocano alla guerra con dei soldatini di piombo, ma bambini che subiscono senza restrizioni il piombo della guerra stessa. Avendo di fronte le sue fotografie, esposte in questa mostra, ho come una morsa che mi stringe da dentro e che non intende rilasciarmi. Guardo ogni singola fotografia, e fisso attraverso la carta gli occhi di questi germogli che mi implorano di ascoltare la loro storia, ma soprattutto che mi implorano di fare qualcosa, di muovermi, di pensare che proprio in questo momento nel mondo milioni di bambini soffrono dolori di ogni tipo e muoiono sotto gli occhi indifferenti di una società cieca, sorda e ferma.

Riflettendo sul numero dei conflitti in atto sulla superficie terrestre in questo momento buio della nostra umanità – in base ai dati a disposizione – mi rendo conto di quanto una sensazione di rabbia mi percuota internamente, e renda difficile la traduzione in testo di un tema così complicato e perenne; è il male di sempre, il male di ogni popolo, il male storico di ogni speranza che ne contamina la carne e ne azzera lentamente la mente e la volontà. La guerra è l’ostacolo principale che l’umanità si trova a dover scavalcare e lasciarsi alle spalle, senza incontrarlo più, senza vederne più la sua forma scura all’orizzonte che brama vittime.

Gli scatti di Pino Bertelli in mostra colpiscono per il forte impatto che hanno, ma testimoniano con estrema delicatezza e dolcezza gli sguardi smarriti dei bambini ritratti in una silenziosa contemplazione carica di rispetto; gridano una vera e propria incriminazione alla guerra, un’accusa vera e propria contro la follia depravata e colpevole che ha inquinato in profondità ogni centimetro dell’uomo stesso.

Ma qual’è il diritto più importante, il diritto dei diritti? E’ la vita stessa il diritto dei diritti, e l’infanzia negata è il maggior crimine che l’uomo possa mettere in atto diventando esso stesso carnefice. Esistono una verità e una menzogna in tutto questo: la verità è che la violazione di ogni diritto umano è il regolamento di cui si dota una guerra, durante la quale senza scrupolo viene annullato sotto ogni punto di vista e in primis proprio il diritto di vivere. La più grande menzogna che invece ci viene raccontata e di cui l’uomo ne è latore – e attore – su se stesso, è la necessità della violenza per la nostra sopravvivenza collettiva. Una menzogna che fa più male di ogni altra cosa, che lede vigliacca ogni ora, minuto o secondo della nostra esistenza.

Le opere di Bertelli, che spaziano dal 2004 al 2014, ci accompagnano in un lunghissimo viaggio fatto di storie, attraverso i volti dei bambini da lui stesso incontrati in tutto il mondo durante il suo spostarsi in aree di conflitto e di difficoltà. Fotografie che ti fanno riflettere e che ti scuotono la coscienza, nei particolari delle loro rappresentazioni. In ogni sguardo innocente si leggono pagine di disastri e del fallimento dell’umanità, in ogni benda e ogni lacrima si leggono invece sia l’impotenza sia la rabbia dell’impotenza stessa di fronte al male che ci rimanda al dover ‘fare’ qualcosa in questo senso, in maniera collettiva e immediata. Si legge dolore nelle armi giocattolo impugnate dalle piccole manine fiere, e si legge purezza in ogni gesto e in ogni sorriso che Bertelli ci mostra. Copricapi di stoffe, ferite sui piccoli volti, un elmetto più grande del capo, abiti sdruciti e sporchi ma carichi di dignità soffermano la mia attenzione in un turbine di emozioni cercando senza riuscirci di immaginare la storia difficile di ognuno di loro. E’ difficile immaginare quello che provano questi bambini se non dolore e sofferenza. Paura e spavento. L’uomo nero, per loro, non arriva di notte nei sogni, arriva di giorno e di notte, dall’alto e dal basso, con echi di bombe e di cannoni e con sibili squarcianti di  proiettili, ben armato e pronto a calpestare ogni goccia di dignità e di speranza.

Le nostre impressioni sono invase dall’informazione quotidiana, ormai ‘ricolma’ – e spesso ‘ricalco’ – di immagini fatte di violenza di ogni tipologia che ci inonda mediaticamente in modo presuntuoso, che ci istiga e che ci addormenta a una consuetudine assuefatta; l’assuefazione alla violenza diventa il primo dei mali del nostro genere, perché determina un immobilismo collettivo di fatto preoccupante nei confronti delle ingiustizie, che voraci, predominano. E’ doveroso reagire, è doveroso fare tutti insieme qualcosa di più, è doveroso proteggere i bambini e i deboli di tutto il mondo dalle guerre e dai mali che esse causano e comportano. Quel copricapo e quell’elmetto, e quel maglioncino sporco e strappato non possono decidere, pur avendo una vita, non hanno voce e hanno un’infanzia negata; ed è questo che gli scatti di Bertelli dicono, spingendoci a una riflessione concreta. In ogni area di conflitto i bambini vengono calpestati e usati, e subiscono tutto il ‘subibile’, senza poter liberamente crescere; subiscono mentre la guerra impera, mai sottovoce e per niente aulica, giorno dopo giorno. Non sono inoltre solo quelli che hanno perso e che perdono la vita a far tremare, ma se allarghiamo il pensiero a tutti i bambini ai quali vengono negati istruzione, cure mediche e nutrizione, l’immagine diviene immensa perché i numeri, che cercherò di evitare fino in fondo a questo testo, sono spaventosi. Anche se, per la bieca e sadica mente della guerra, i bambini purtroppo risultano solo ed esclusivamente numeri; così come le donne, così come gli anziani, così come ogni vittima. Numeri.

Nelle aree di conflitto si perpetrano ogni giorno tutte le scibili forme di violenza su chiunque senza distinzione; le prime vittime, le più impotenti e delicate vite strappate alla terra sono sempre  bambini.

Pino Bertelli, a mio parere uno dei migliori ritrattisti al mondo e che ringrazio per il lavoro che porta avanti da anni, riesce con ogni scatto a smuovere la coscienza sopita, attraverso la delicatezza e l’innocenza dei bambini, spingendoci davanti alla necessità di sensibilizzare a fare qualcosa, a gridare il proprio sdegno e a farsi sentire nei confronti delle ingiustizie e dei crimini contro l’umanità.

La mostra ‘Contro la guerra – Ritratti dall’infanzia negata’ che è ospitata dal Centro Espositivo del Comune di Cecina parla di bambini e parla di guerra. Due termini che sono in antitesi tra loro per significato e per incompatibilità di fatto. Due termini che invece, drammaticamente, sono costantemente associati.

Poco fa ho scritto che non avrei fatto menzione di numeri e statistiche, ne farò invece uno solo.

Più di 350 milioni di bambini attualmente, vivono in aree colpite da conflitti.

E allora è bene, quantificando il dato e visualizzandone l’orrenda immensità, ricordare che il silenzio uccide in questo caso, che l’immobilismo deteriora le possibilità, che il paradosso dell’io pensante e capace di agire è il suo stesso fermarsi indeciso e riluttante, e che in ogni secondo che passa i nostri sforzi devono aumentare costanti e mai stanchi, mai domi e uniti nel nome della pace e della bellezza pura della pace stessa.

E’ questa la forza di cui si impregnano le fotografie di Pino Bertelli, che ci dicono infine una cosa, la più importante: ovvero quanto la pace possa crescere rigogliosa sopra ogni disastro, perché l’uomo in sé ha anche la capacità di ripartire e di cambiare, l’uomo ha ancora tutti i mezzi necessari per abbattere muri e barriere, forme di razzismo e di odio e di assediare con tutte le sue forze l’ombra scura della guerra, della violenza e delle discriminazioni. Sono i bambini di Bertelli che ci dicono che esiste quindi una speranza per tutti loro, e per tutti i bambini del mondo; perchè davvero un mondo possibile c’è, ove la guerra e il male che essa rappresenta diventino solo un lontanissimo ricordo o ancor meglio una finzione totale, nulla, azzerata, innocua, da giocare magari solo con degli spensierati soldatini di piombo in delle giornate di vita.

In delle giornate di vita.

Alessandro Schiavetti
Curatore della mostra

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