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The Marconisti / il Sogno. La mostra ispirata alla figura di Guglielmo Marconi vista dai protagonisti

Luca Serasini, Marco Ricci del Mastro e Francesca Cavallini. Tre artisti sulla figura del grande avanguardista italiano che ha spalancato le porte delle telecomunicazioni contemporanee

In questo progetto chiamato The Marconisti / il Sogno, costituito da lavori grafici, ambienti sonori ed installazioni, si mette in luce il grande valore che ha avuto Guglielmo Marconi, poliedrico genio italiano che ha contribuito a modernizzare il mondo, cambiando radicalmente la società nei suoi rapporti umani. I suoi lavori rappresentano una variegata stratigrafia sulla quale si basano i più moderni sistemi di comunicazione satellitare, occhi ed orecchie capaci di guardare ed ascoltare l’Universo nei suoi segreti più intimi. Una scala verso l’alto che poggia piede e cosciale sulla nostra salda storiografia, estendendola, gradino dopo gradino, verso nuove scoperte e verso il concetto di ‘lontano’, luogo in cui l’onirico passo biblico che racconta il Sogno di Giacobbe e la scala che vi è ben rappresentata, diviene molto più che un concettuale paradigma. Si illumina quindi ancor di più l’importanza delle intuizioni, proprio perché in un contemporaneo sempre più futuro, e in un futuro sempre più contemporaneo, il volume del Marconista simboleggia uno sguardo che volge verso l’oltre e verso l’altro, in un continuo alternarsi d’intenti.

L’eterna e indissolubile contrapposizione tra spirito e materia, argomento di studio e di riflessione sin dai tempi antichi, fa parte di quelle tematiche che l’uomo respira ogni giorno in costante ricerca di sinottiche risposte, ancorate in caleidoscopici labirinti fatti di ipotesi e dubbi che lo portano a soffermarsi sul significato più profondo della propria esistenza.

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Luca Serasini, il tuo approccio con la tecnologia applicata al mondo dell’arte da dove proviene? Pensi che arte e tecnologia, non troppo tempo fa considerate agli antipodi, possano rappresentare una visione d’insieme più che logica per il futuro?

L’uso della tecnologia (elettronica e informatica) proviene dai miei studi in telecomunicazioni all’ITIS di Pisa e come parte dei primi anni di lavoro presso l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR. Quando vidi alcuni lavori interattivi affascinanti di Studio Azzurro (come i Tavoli), compresi immediatamente la facilità di realizzazione dal punto di vista tecnologico, ma fu soprattutto una folgorazione dal punto di vista concettuale ed espressivo! Penso che se una tecnica, qualsiasi, aiuti, amplifichi il valore, il messaggio, il pathos di un concetto, di un’idea, questa strada vada percorsa e può rivelarsi preziosa per gli artisti. Personalmente credo che il mio utilizzo della tecnologia si fermerà alla soglia del Metaverso, di cui, sinceramente, ho paura. Il solo virtuale, la ricreazione di un reale o un altro reale non mi interessa.

La scala di Giacobbe rappresenta un altro tipo di visione se vogliamo immaginarla in questo modo; onirica, biblica, ma nel tuo caso diviene un profondo esempio di parallelo volto alla riflessione che lancia uno sguardo all’imponente lavoro di Guglielmo Marconi. Da dove nasce l’idea di questa mostra?

Il Sogno di Giacobbe

Le prime scale le ho disegnate nel 2016, erano lunghe scale lineari, con scalini normali. Dall’ultimo scalino degli uomini fissavano le stelle nel cielo nero. È stato un unico grande disegno, esposto a latere di una mostra di lavori sull’installazione di land art dedicata alla costellazione del Pegaso (Pegaso, 10 storie per 10 stelle, Biennale M’Arte - Montegemoli, 2016), che è stata anche la mia seconda installazione interattiva, usando 10 vecchi telefoni vintage. Poi una cara amica e curatrice (Eleonora Raspi) mi suggerì di togliere la presenza umana, e sono diventate quello che vedi adesso: scale “sghembe” con scalini improbabili. Ma sono fisse, ben salde a terra. Per me sono diventate il simbolo della comunicazione (della relazione, del sentimento) tra l’uomo e il cielo. Perché a Guglielmo Marconi dobbiamo veramente tutto: sue sono le invenzioni che ci permettono ad esempio, di vedere le immagini di Marte praticamente quasi in tempo reale. E da questa visione, insieme a tutte le altre scoperte che stanno avvenendo quotidianamente, nasce (almeno in me) un sentimento di apertura, di ammirazione. Infine accostarle alla scala del sogno di Giacobbe è stato un attimo per me che sono praticamente “malato” di mitologia Di ogni tipo. Di ogni religione, presente e passata. Rappresentano per me, anche qui, un collegamento temporale con lo spirito. Per quanto riguarda la mostra, siccome tanti miei disegni sono in realtà bozzetti per installazioni reali, sentivo da tempo l’esigenza di renderle reali. Confrontandomi con l’amico Marco Ricci del Mastro, pozzo di sapienza e di cultura ci è venuta l’idea di fare un lavoro a 4 mani: io con un tavolo circolare con 3 scale realizzate in ferro dal maestro Alviero Fucini di Montegemoli, Marco con il suo ambiente sonoro della durata di 6 ore con 6 tracce audio diffuse da 6 casse differenti disposte circolarmente intorno al tavolo. Un lavoro immenso di cui non vedo l’ora di provarne l’esperienza.

Voglio farti una domanda ben precisa. Troppo spesso la contrapposizione sociale tra Scienza e Spiritualità sfocia in dei bastioni invalicabili per lo sviluppo d’insieme di una cultura conscia e protesa verso una evoluzione condivisa. L’arte in questo senso che ruolo ha?

Questa è veramente un’ottima domanda! Credo però che alcuni grandi scienziati non siano così lontani dal concetto di spiritualità. Personalmente penso che l’arte sia una cerniera che può tenere insieme questi due aspetti. Però sul concetto di evoluzione condivisa (ma anche solo di evoluzione) sono un po’ pessimista: come diceva Jung: “esistono motivi sufficienti per ammettere che l’uomo in generale nutre un’avversione profondamente radicata a saperne di più su sé stesso, e che qui va ricercata la vera ragione per cui, di contro a tutto il progresso esteriore non si è verificato un corrispondente sviluppo e un miglioramento interiore.” Le scoperte tecnologiche possono essere usate sia per scopi benefici ma anche distruttivi.

L'ascoltatore

 

Puoi dirmi quali sono i tuoi progetti futuri? Le tue installazioni dedicate alla comprensione dell’universo, le tue opere di land-art, i tuoi lavori.

A fine maggio sarò al festival Supergau sulle alpi austriache per realizzare un’installazione di land art interattiva dedicata al Grande Carro e alla ricerca della Stella polare, illuminando le stelle di notte e utilizzando i telefoni interattivi per creare un’esperienza anche giocosa con l’installazione. Spero per l’anno prossimo di completare i progetti dedicati alle onde gravitazionali e portarli, dopo l’installazione che ho realizzato all’Osservatorio Europeo Virgo, negli stessi osservatori che si trovano negli USA e in Giappone. Un sogno! Infine, insieme a Marco, vorremmo sviluppare ulteriormente il progetto the Marconisti. Abbiamo ancora tante ma tante idee che speriamo di poter realizzare in Italia e anche fuori. Ma siamo estremamente contenti che il capitolo 0 del progetto sia stato realizzato per Cecina, mia cittadina d’adozione. Grazie a te e a Marzio per questa occasione. Uno spazio come quello che avete in gestione non ha pari in un raggio di parecchie decine di chilometri.

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Marco Ricci del Mastro, le tue ricerche e le tue composizioni hanno prodotto per questa mostra una lunga sequenza di ambientazione sonora. Quale è stato il primo approccio a livello acustico, e come sei riuscito ad elaborare le tracce basandoti sul concetto interiore che la mostra ‘The Marconisti / il Sogno’ porta con sé?

In realtà amo partire dalle immagini in quanto credo che ogni sensazione si individui in una immagine anche se inconscia. Da junghiano sento profondamente questo legame.  La meditazione sulle intuizioni geniali di Marconi, propostami dall’amico Luca Serasini, mi ha suscitato la scena di voci che volano nell’etere, di un mondo avvolto di segnali, voci, chiamate che si rincorrono, a volte si incontrano e poi si trasformano svanendo nell’atmosfera. L’immagine del sogno di una umanità che vive in attesa di una risposta, la quale è sempre parziale e spesso contraddetta.  L’immagine della sospensione di suoni e voci: questo ha impresso lo stile del lavoro e gli ha conferito energia, senza la quale un lavoro assiduo e prolungato come questo non sarebbe possibile. Non ho usato il termine sarebbe stato: perché lo stesso lavoro continua a trasformarsi, la durata resterà sempre di sei ore, ma spesso modifico ancora qualche timbro, frequenza o sonorità: non seguo un miglioramento, ma un mio sentire.

La figura di Guglielmo Marconi, colonna portante ed attualissima non solo per l’osservazione attuale dei mondi sconosciuti, è stata determinante per lo sviluppo del progetto espositivo. Puoi spiegarci come si crea un ambientazione sonora di questo tipo e quali sono genericamente i passaggi per poter realizzare una così imponente mole di lavoro, ma soprattutto quando e come nasce questa grande passione in te?

Pezzo per pezzo, passo per passo; l’idea madre è l’anelito della scoperta e dell’invenzione che vede in Marconi una sorta di archetipo. Per 4 mesi circa ogni giorno ho provato a sentire un suono, un timbro particolare che nella vita ordinaria sarebbe estraneo e desueto, poi ho cercato di riprodurlo usando un sistema di diversi DAW integrati tra di loro in modo da lavorare come un unico programma, spesso non l’ho trovato per giorni, magari ho accumulato tantissimi files, poi trasformati, alcuni abbandonati e poi ripresi: è stato come lavorare ad una scultura che lasci e riprendi quando ne intuisci la nuova forma. L’ambientazione sonora per me è sempre stata una forma d’arte che sento profondamente, da quando in gioventù facevo ambientazioni per teatro ed esposizioni, utilizzando suoni concreti da trasformare come un alchimista trasforma gli elementi naturali. In realtà una delle mie più grandi aspirazioni è la musica per film: attendo ancora qualche regista con cui trovarsi in sintonia.

La musica e la società. E in questo caso specifico, le installazioni sonore e l’applicazione delle stesse per coinvolgere i nostri sensi e perché no, concedimi questo, per aiutarli a comprendere maggiormente loro stessi. Quale pensi che sia l’evoluzione della musica in questo senso specifico, visto il momento complesso che la società sta attraversando, e come questa può aiutare la nostra vita?

Pierre Schaeffer uno degli iniziatori della musica concreta ed elettro-acustica scrisse che il timbro di qualcosa che “non si sa cos’è” costringe l’ascoltatore ad acuire il proprio ascolto e a praticare il miglior ascolto da musicista che ci sia. C’è anche estetica senza percezione: quando non si capisce la ragione del suono, la sua origine, e se ne può ascoltare solo la forma, o anche la sorpresa di qualcosa che, in quanto nuova, ci costringe ad ascoltare con orecchio diverso. Con questo voglio dire che la musica di massa, quella commerciale, sta facendo l’esatto contrario: impone una percezione senza estetica, senza forma, la gente ascolta sempre cose ripetitive che rispondono alle proprie aspettative, ma non c’è evoluzione, si viene a praticare una sorta di istupidimento e ottundimento dell’estetica musicale. Theodor Adorno scrisse che “Tutta la storia della musica, a partire da Mozart, consiste nella fuga dal banale, e riflette come un negativo fotografico il profilo di quella commerciale” Oggi, al contrario, mi pare che si ricerchi la banalità, insita soprattutto nella musica commerciale che sembra finalizzata ad un consumatore sempre più instupidito, infatti è scomparsa la sperimentazione, che ancora negli anni70, partendo dai primi del 900, era operante.

La musica sperimentale, l’elettronica, ma soprattutto un lavoro come il tuo che verte su una timbrica specifica orientata a un ascolto fisico/sonoro ma anche interiore e psichico, come va a lavorare affiancando installazioni artistiche? Come si aiutano vicendevolmente installazioni d’arte e installazioni sonore?

Innanzitutto per lavorare e impiegare cosi tanto tempo, devi avere una forte motivazione estetica, e questa sorge se trovi altri artisti dei quali condividi visione e interessi: come con altri in passato, con Luca Serasini abbiamo sentito insieme una sorta di chiamata, talvolta oscura e non identificabile, e abbiamo cercato di darle forma, ascoltando le idee che sorgevano cammin facendo: le idee hanno un aurea e il suo ascolto crea una risposta a livello creativo.

Senza questo scambio non sarebbe stato possibile mettersi a fare una cosa che avrebbe invece potuto apparire estenuante. Con la coreografa Francesca Cavallini è stato uguale: lei ha tradotto in movimenti del corpo, liberi e astratti, le mie timbriche, suggerendomi poi modifiche: è un circolo che si arricchisce strada facendo.

Inoltre io seguo un concetto base: la mia etichetta si chiama “Sintesimusic”, anche su Youtube la mia musica si trova sotto questo nome: deriva dalla triade hegeliana (primo grande filosofo di estetica musicale); la Tesi è la produzione e l’ascolto ingenuo, che segue solo il sentimento e produce spesso banalità comprensibili; l’Antitesi è la reazione tecnologica che rifiuta il sentimento (con il rischio che la musica diventi esclusivamente appannaggio dell’intelligenza artificiale e scompaiano i musicisti); la Sintesi è l’unione e l’inclusione dei due aspetti eliminandone le intolleranze reciproche.