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Attraverso gli occhi di Patrick Boulnois

Patrick Boulnois è un noto artista francese che vive in Normandia. Esponente del surrealismo, carico di simbologie, ognuna delle sue creazioni è concepita come una storia d'amore

Entrare nell’universo di Patrick Boulnois è come tuffarsi in un mondo surrealista, onirico, o come lo definisce lui stesso “aprire una finestra su una realtà magica”. Da giovane si appassiona alla pittura del ‘400, soprattutto a quella di Hyeronimus Bosch dal quale si ispirerà liberamente. L’artista, stabilito nella città di Le Havre in Normandia, è una figura di riferimento nel mondo artistico Normanno. Nel 1990, vince il premio “Grand finaliste” al concorso internazionale di Deauville, che lo accompagna definitivamente a fare della pittura la sua principale attività. Si susseguono poi mostre, premi e numerosi dipinti dove possiamo ritrovare, fra tanti, il tema ricorrente del tempo: il tempo che passa non per la paura d’invecchiare ma perché determina la natura umana nella sua scadenza di realizzarsi. Ritroviamo nei suoi lavori anche figure ambigue, metà animali e metà umane, rappresentazioni della nozione della vita che si evolve, perché “l’evoluzione dell’umanità può essere esente dell’essere umano”. La donna, lei, rimane intatta, considerata autentica. Il pittore affronta le sue tele come relazioni amorose da costruire lentamente e nelle quali scatta una forte passione, una alla volta, con pazienza e minuzia; utilizza una tecnica nota nel periodo rinascimentale chiamata le glacis (utilizzando cioè colore dopo colore senza mescolarli), metodo più lento nella realizzazione, ma che permette alle tele di conservare quella luce e quei colori vivaci tipici che poi risultano ben evidenti all’interno delle sue opere.

 

Con qualche domanda andiamo a conoscere Patrick Boulnois, la sua arte generosa per lo spettatore, la sua follia attraverso le sue pitture, e la sua realtà d’artista in Francia.

 

Nelle sue opere, chi vede un universo onirico, chi più semplicemente un universo magico, può darci una chiave di lettura dei suoi quadri?

Le mie opere parlano del rapporto con la natura, con la vita, con l’amore, col tempo e l'umanesimo. Sono piccole finestre sull’esoterismo “libero”, non è obbligatorio capire nello specifico. Prima di tutto c’è un’emozione basata su tre livelli: il bambino può meravigliarsi dall’universo presentato, l’adulto invece, che giudica la composizione, ha la sua intensità nella sua percezione. La lettura, che nascondo intenzionalmente, dona un senso all’opera. Una parte incosciente è ovviamente proposta all’interno nel mio lavoro; il “libero arbitrio” non avendo imposizioni a tutte le risposte necessarie. Lo spettatore ha tutto il diritto di scegliere l’interpretazione.

I suoi quadri hanno dei colori vivaci, eccezionali, inscindibili dai soggetti rappresentati. Quale è la tecnica del “glacis”, come si applica?

La tecnica del glacis, utilizzata principalmente nel ‘400 ha il vantaggio di non ‘imbastardire’ l’intensità dei colori mescolandoli. La luce attraversando i diversi strati di tinta rimbalza all’occhio e l’analizza. Rende la pittura visiva con un’intensità incomparabile, molto delicata. Applicare numerosi strati di pittura richiede più tempo che mescolare i colori sulla tavolozza. È arduo.

La donna dagli occhi blu, personaggio molto ricorrente all’interno dei suoi dipinti, rappresenta un filo conduttore per tutte le sue creazioni?

La donna, al mio parere, è la figura più autentica nel genere umano, più coraggiosa, meno vigliacca nella maggiore parte del tempo in confronto all’uomo. Posso amare l’individuo, ma molto meno l’umanità che fondamentalmente ritengo priva di numerosi valori. E’ possibile comunque incontrare “belle persone” che mi riconciliano per un momento col genere umano. Per questo motivo, nelle mie tele, scambio spesso l’uomo coi miei uccelli antropomorfi, ma mai con le donne. Gli occhi non mentono, sono veramente “il riflesso dell’anima”. Possiamo modificare il tono di voce, la voce stessa, ma non il nostro sguardo.

Ha esposto all’estero, vive nella città di Le Havre. Il fatto di vivere in provincia è un vantaggio o un inconveniente per rapportarsi al mondo dell’arte in Francia?

Il mondo dell’arte gira intorno a Parigi. Per avere visibilità, bisogna esporre ovviamente nella grande città. Mi è successo, ma voglio rimanere in tutto e per tutto libero e indipendente dal mercato nel quale dobbiamo produrre a tutti costi. Posso realizzare soltanto una decina di quadri all’anno. Una piccola produzione è essenziale per rispettare la qualità del lavoro “ben fatto”. Non ricerco la quantità per ottenere più soldi, ma voglio continuare a soddisfare i miei collezionisti diventati ormai amici, e migliorarmi in ogni quadro. Non è una competizione in cui la provincia si batte contro la capitale. Gli speculatori sono ovunque, i veri amanti dell’arte pure.

Domanda retorica, i suoi futuri progetti?

I miei progetti si presenteranno in più luoghi: due saloni in collettiva in Normandia, e in uno di questi sarò ospite d’onore nel settembre 2023. Poi una nuova mostra personale all’Abbaye du Valasse, in Normandia nel 2024. Mi piace esporre in luoghi dove non vado a presentare dei quadri per la vendita. Per quello, se ne occupano le mie gallerie con le quali lavoro da più di trent’anni in Francia e in Europa.

 

Angélique Mori