Istantanee di vita, le "flying houses" di Laurent Chéhère
Una sua mostra a Milano nei prossimi mesi. Conosciamo meglio Laurent Chéhère e il suo grande lavoro delle case volanti, le “Flying houses”.
Laurent Chéhère possiede quell’aria rétro da “titi parisien”, come ci piace immaginare i fotografi parigini, battendo i marciapiedi della capitale e macchina fotografica alla mano. Ma sotto quest’apparenza, Laurent Chéhère mette in evidenza un fenomeno moderno che sfugge allo sguardo di una folla in costante movimento: la gentrificazione. Jacques Prévert dinunciava già il fatto negli anni 60 evocando la distruzione del mitico atelier 54, luogo d'incontro degli artisti del surrealismo, situato nel quartiere di Montparnasse. Da anni, Laurent cattura con la sua macchina fotografica immobili vetusti nei quartieri della sua Parigi natale, destinati alla distruzione o alla ri-modellazione secondo i criteri estetici ed uniformi della società attuale. Crea con essi, fotomontaggi di case volante, le “flying houses”, dove ognuna contiene un piccolo universo onirico, momenti di vita da raccontare per chi vuole ascoltare e sognare ancora; lo spettatore ha così finalmente il tempo di osservare i dettagli, riflettere e regalarsi una propria storia davanti all’opera. L’anima dei luoghi e dei loro abitanti, ritrovano allora la loro luce prima di sparire nella conformità della nostra epoca; le foto de Laurent Chéhère sono piccoli scrigni in cui il fotografo richiude il suo essere, le sue influenze, le sue passioni, aprendo e liberando, con grande generosità, quella dolce nostalgia dell’infanzia e i sapori svaniti.
Laurent, dal lavoro di grafico alla fotografia, come sono nate le “flying houses”, e quale è la storia che vuole raccontare attraverso le sue creazioni?
La serie “Flying houses” è una visione poetica di Parigi attraverso la quale mi interrogo sulla mia epoca, con delle preoccupazioni documentate, estetiche e intimiste. Separati dal loro contesto urbano e liberati dell’anonimato della strada, questi palazzi raccontano delle storie sulla vita, i sogni e le speranze dei loro abitanti. La nostalgia di un tempo perso nutre egualmente questo lavoro di memoria; resuscito qualche edificio del passato alla ricerca del sapore della mia infanzia. E anche un meraviglioso pretesto per invitare all’interno delle mie opere, le mie numerose inspirazioni: Jules Verne, Hayao Miyazaki, Albert Rovida, Moebius, Bruce Davidson, Robert Doisneau, Wim Wenders, Federico Fellini, William Klein, Jean Cocteau, Marcel Carné, sono tutti presenti. I fotomontaggi di centinaia d’elementi assemblati come un puzzle sono mostrati, in dettaglio in grande formato, permettendo all’osservatore curioso di scoprire particolari nascosti proponendo varie letture: da lontano, questi vascelli fragili appariranno spensierati e onirici, da vicino, la loro storia è molto più complessa. Utilizzo questa distanza per proporre diversi punti di vista e per mettere in guardia l’osservatore contro i luoghi comuni. Suggerisco qualche chiave di lettura, ma le case volanti restano aperte all’interpretazione di ognuno.
Che cosa sono diventati i quartieri che hai fotografato dall’inizio del tuo lavoro delle “flying houses” nel 2012?
Sono gentrificati. Ad esempio anche “les puces de St Ouen”, un noto quartiere molto popolare nella zona nord di Parigi: c’è un ristorante disegnato da Stark e la gente agiata si intrufola nei “rave” dei poveri.
Il successo e il fatto di diventare padre di famiglia: non ha paura di perdere lo sguardo del giovane fotografo? Come sta crescendo come artista?
Non è falsa modestia di dire che sono conosciuto da un numero microscopico di gente, il successo non rischia di montarmi alla testa. Per quello che riguarda la freschezza del giovane fotografo, avanzando con l’età, mi impedisco meno cose e mi sento molto più libero con il tempo che passa. In apparenza, fare 40 case volanti, per uno come me che si stanca delle azioni ripetitive, sembra una contraddizione. Nei fatti, ognuna delle mie creazioni è un lungo processo unico, come un viaggio introspettivo fatto di gioia, tristezza, di contemplazione, di errori e di scoperta felice. Sono incapace di terminare un’opera, perché non avrebbe senso, sarebbe come chiuderne la porta definitivamente. Le mie opere esposte in gallerie sono istantanee della loro propria vita.
Il circo della “bohémian rapshody” è festoso, colorato, caloroso.
E un ode agli Tzigani. C’è Django Reinhard e Manitas de Plata che fanno vibrare le corde delle loro chitarre, invocando la memoria dei popoli esiliati. Ci sono presenti anche personaggi dei filmi di Emir Kusturica e Toni Gatlif.
Progetti futuri?
Sicuramente andare in vacanza
Verona, Bologna, Roma, Milano, quando esporrà in Toscana?
Per la Toscana non lo so ancora, ma per Milano i miei lavori sono stati esposti alla MIA Photo Fair dal 23 al 26 marzo, e soprattutto alla galleria Arte in salotto in collaborazione con la gallerie Forni dal 5 aprile al 14 maggio 2023 a Milano (via Milazzo, 6).
Angélique Mori

















